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Graptemys kohni: tartarughe e diritti animali (G.Sadar)

Sab, 07/Ott/2017 - 09:08
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La tratta delle tartarughe come "animali da compagnia" è insensata, ma le lobby che spingono a continuare un business tanto lucrativo, sono potentissime. Da questa parte e dall’altra dell’Atlantico.

Articolo di Giuliano Sadar tratto dal sito La Saggezza di Chirone, che riassume in modo efficace il perché le tartarughe non andrebbero comprate. Se nessuno le comprasse, questo commercio votato alla morte terminerebbe.

Graptemys kohni

Forse le avrete viste, le “nuove” tartarughe. Ce ne sono tante, nei negozi di animali. Il loro nome è Graptemys kohni, o tartaruga carta geografica. Hanno il carapace di color marrone scuro, crestato sulla linea mediale, e sul piastrone inferiore chiaro dei disegni astratti e simmetrici. Come una carta geografica, appunto. Ma ciò che colpisce sono gli occhi perfettamente tondi, sbarrati, come terrorizzati. Mescolate a esse, in acquaterrari spesso sovraffollati dietro le vetrine, delle tartarughine verdi dai bei disegni gialli. Simili alle tartarughe dalle orecchie rosse, ovvero le Trachemys scripta elegans, di cui nel 1997 la CEE ha vietato l’importazione.

Cambiano i colori, ma la sostanza non muta. E’ un mercato di esseri che fa gola a tanti, quello delle tartarughe d’acqua. Allevatori nella Louisiana da dove provengono il 95% delle specie, in lobby con le associazioni di cacciatori e tanti agganci al Congresso. E poi importatori europei, mediatori, veterinari compiacenti e negozianti. Tutto legale: il nucleo CITES della Guardia Forestale non può far nulla per fermare la tratta di queste varietà su cui ufficialmente non grava alcuna minaccia di estinzione. E, in quanto non minacciate, non meritevoli di attenzione dai paladini dello specismo. Siamo al paradosso più assurdo: se qualcuno viene beccato a tenere con sé una specie minacciata di estinzione senza averla dichiarata rischia una multa da 15 a 200 milioni e da 3 a 6 mesi di galera. Se uno custodisce animali non inseriti nella lista CITES dei minacciati di estinzione, e per incuria, negligenza, stabulazione insufficiente o altre ragioni li fa morire, può essere incriminato secondo la legge 727 sul maltrattamento di animali, e rischia dai 2 ai 10 milioni di multa. Sempreché il reato di maltrattamento non venga mutato in “malgoverno” (legge 672) e allora si rischiano pene pecuniarie ancora più leggere.

In questo squallido panorama dove il libero mercato più guasto si nasconde dietro la foglia di fico di normative internazionali a libera interpretazione, la vicenda delle Graptemys kohni assume una esemplare paradigmaticità.

Se le Trachemys “orecchie rosse”, ora bandite dal commercio, erano animali resistenti, e lo hanno dimostrato sopravvivendo in Italia nei canali e negli stagni dove a migliaia sono state gettate da “padroni” che si erano stufati di esse, le kohni sono una specie assolutamente inadatta all’allevamento “fatto in casa”. Già minacciate di estinzione negli Stati Uniti stessi, in perenne fuga dall’avanzare di infrastrutture, canalizzazioni attività di cattura e caccia, sono animali timidissimi, delicati che sopportano male la cattività. In natura, amano per lo più nuotare sott’acqua e nascondersi nella folta vegetazione, e molto raramente si arrischiano a prendere il sole. Tutte condizioni che un allevamento in cattività non può dare. Sono molto sensibili alla sporcizia dell’acqua, e tendono a soffrire infezioni agli occhi, e la loro dieta è fatta soprattutto di insetti, molluschi, pesci morti. Hanno quindi bisogno di molto spazio, molto tempo, attenzioni mirate. Cose su cui l’acquirente medio, ingannato dai bei colori e dalle dimensioni ridotte delle tartarughine neonate che trova nei negozi, non ha tempo da perdere. E anche quando l’acquirente ha la buona volontà di assicurare all’animale condizioni di vita ragionevoli, spesso non basta. Le kohni, animali a metabolismo lentissimo come tutti i rettili, possono sviluppare malattie anche molti mesi dopo averle contratte. Così che il tasso di mortalità dovuto alle condizioni di trasporto, spesso in condizioni igieniche pessime, non può essere rilevato con esattezza. Ricadendo poi sulle spalle di chi le compera.

Sono tutti argomenti, questi, che dovrebbero ragionevolmente portare al divieto del commercio internazionale delle Graptemys kohni e di tutte le altre specie di tartarughe, siano minacciate di estinzione o meno. E infatti molte associazioni da anni chiedono il bando di questa tratta insensata. Ma le lobby che spingono a continuare un business tanto lucrativo, sono potentissime. Da questa parte e dall’altra dell’Atlantico. Il denaro ha sempre lo stesso valore. Anche quando puzza di morte.

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